Vardón sì da descóre, ma ancia da rivà a ‘na conclusión. Par fà calcòssa, par nó lassà massa rebandonàth i nòstre bósch. Se torna fòra i vèci i ne cópa…


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mercoledì 22 dicembre 2010

'Na poesiuta 'ntel bósch

LA CASSIA

Varda ‘sta cassia
varda che bestia
nó se la inbràtha
da granda che l’é

Oio e missèla
drento la séa
tira la mantia
e acèlera un póc

Cùthete in banda
de la tó cassia
planta la lama
abasso sul thòc

Taja 'na stèla
che la séa dréta
Va par davórie
e taca a seà

Sta gran aténto
co’ la se pléa
mòla dut quant
e s-ciampa lontan

Dhó che l’é dhuda
thentha problemi
Torna unlì dónge
e regola ‘l thòc

E adèss ché fato?
Legne o chè altre?
Forsi l’è miei
scurtà su dut quant

Taja le rame
scùrtele a un metro
e para in banda
la pluma pì 'n là

Taca dhó in ciàf
taca a  thoncià
dal cul  la taja
e riva fin là

Su la forthèla
adess che fato?
Forsi l’é miei
drethàla cussì

Va anciamò avanti
l’é quasi fàta
dóe-tre scurtàde
e po’ l’é finìt...

Varda che lusso
te à ormai finìt
E adéss bél bélo
ti palséte un póc

Su la giachéta
ocio la schéna
col fréit che l’é
sta gran riguardàt...

Sùjete ‘l frónt
plén de sudór
bevi ‘na nica
e vàrdete intór

Che bel lavoro
che ‘l te vin fòra
al’é fadìa
e sodisfathión

Pensa i colèghi
drento a l’ufìcio
a voltà ciarte
e po' porconà...

Altre che ló-ór...
ti te só un siò-òr!
In mièth al bó-ósch
ti e chel  pi-ta-ró-óss...

P.S.: i non budoiesi (e i poeti veri) abbiano compassione di me...

Mauro Thuciàt

venerdì 10 dicembre 2010

Produzione di legna da ardere di qualità

In un precedente post mi ripromettevo di parlare di come fare per ottenere legna di buona qualità.
Il motivo deriva dal fatto che mi capita sovente di osservare legna da ardere di qualità discutibile. Tanto per fare un esempio, poco tempo fa, alla tradizionale sagra della castagna di Mezzomonte, tra le varie cose poste in esposizione c’era un bancale di legna di faggio che, a mio avviso, non faceva una bella figura. Si trattava infatti di legna di grossa pezzatura, tonda, cioè non spaccata, molto umida e di colore scuro. Se mi trovassi nelle condizioni di dover comperare della legna, sicuramente eviterei quella che si presenta in tali condizioni, difficile da bruciare se prima non la si spacca e la si fa stagionare per un bel po’.
L’esempio serve per ricordare che in commercio si trova un po’ di tutto, dalla legna di ottima qualità a quella di qualità scadente. Il consumatore dovrebbe perciò affinare l’occhio per saper riconoscere le principali pecche, quando presenti.
Andando a monte, cioè prima della collocazione sul mercato - oppure fino all’accatastamento per la stagionatura, nel caso di legna prodotta per autoconsumo da parte di possessori di boschi - vi sono dei semplici accorgimenti che consentono di garantire una buona qualità del prodotto finale. Questi accorgimenti si applicano a partire dalle attività in bosco – che precedono e seguono l’abbattimento degli alberi - fino alle successive fasi di lavorazione e stagionatura che generalmente si svolgono fuori foresta.
Come vedremo, si tratta di piccole attenzioni che se applicate fanno la differenza. In termini generali, sono operazioni e accorgimenti che tendono a contrastare e ridurre i processi di degradazione biologica del legno. E’ anche vero, per dirla tutta, che la loro applicazione risulta più semplice e agevole nel caso del taglio di piccole superfici boschive, con limitati quantitativi di legname tondo da trasformare in legna da ardere, mentre possono confliggere con altre esigenze operative, di natura logistica e di organizzazione, quando ci si trova in presenza di ampie superfici di bosco da tagliare e grandi quantitativi di legname da trasformare, come può capitare per le attività imprenditoriali di rilevanti dimensioni.
C’è inoltre da tener presente che la degradazione biologica del legno tagliato non è uguale per tutte le specie arboree: vi sono specie il cui legno è naturalmente più durevole, che quindi sono più semplici da trattare durante il ciclo di produzione della legna da ardere (robinia, orniello, carpino nero, querce...), altre invece molto delicate in relazione alla scarsa durabilità naturale del loro legno (faggio, carpino bianco...).
Per cominciare - come insegnavano i vecchi una volta - bisognerebbe tagliare le piante in bosco in fase di luna calante e nel periodo del loro massimo riposo vegetativo, che da noi è il mese di gennaio. Abbinando questi due accorgimenti si otterrebbe un legno meno aggredibile dagli agenti di degradazione (funghi e insetti). E’ chiaro che, mentre la fase di luna calante è relativamente facile da rispettare, il periodo di massimo riposo vegetativo non lo è altrettanto. Per cui, più ci si discosta da quest’ultimo, per esempio andando a tagliare d’estate in alta montagna, dove d’inverno non è possibile operare, più si devono attuare altri accorgimenti per salvaguardare l’integrità e la qualità del legno. Nel caso in cui si tagli una porzione di bosco nel pieno dell’attività vegetativa delle piante, l’accorgimento che normalmente si adotta è quello di fare l’abbattimento degli alberi e lasciarli interi sul letto di caduta per 10-15 giorni, in maniera che il fogliame richiami a sè buona parte della linfa, prima di appassire e disseccarsi, abbassando così il contenuto idrico del legno del fusto e dei rami principali.
Solo dopo questa prima operazione, di spurgo della linfa circolante nei tessuti legnosi, si può procedere con la sramatura e la depezzatura delle piante, ricavando gli assortimenti voluti.
Dopo aver fatto queste seconde operazioni bisogna comunque non abbassare la guardia, poiché una sosta a terra in bosco del legname così allestito lo porta a degradarsi piuttosto velocemente: le condizioni di temperatura e umidità presenti in bosco d’estate favoriscono gli attacchi di funghi e insetti. Specialmente i funghi, riescono a colonizzare il legno rapidamente, innescando dapprima il cosiddetto “sobbollimento”, con ingrigimento dei tessuti legnosi e, a più lungo andare, determinando il fenomeno della carie (generalmente “carie bianca”, ove prevale la lisi della lignina presente nelle pareti cellulari). Questi fenomeni di degradazione biologica del legno svalutano qualitativamente il legname fermo in bosco e lo rendono anche più leggero, cioè meno denso (molecole complesse vengono trasformate in molecole più semplici, con rilascio di CO2, quindi con perdite in termini ponderali). Pertanto, l’esbosco del legname deve essere quanto più rapido possibile, compatibilmente con tutte le altre attività che possono impegnare un’impresa di utilizzazione boschiva.
Anche le fasi successive, cioè la lavorazione e l’accatastamento per la stagionatura, devono seguire a breve distanza di tempo, evitando quindi l’accatastamento pre-lavorazione per lunghi periodi e in condizioni tali da predisporre il legname alla degradazione (per esempio a contatto col terreno naturale e non sollevato da terra). Una volta che il legname è stato accorciato e spaccato, ottenendo la legna da ardere della pezzatura voluta, quest’ultima dev’essere posta a stagionare in un luogo che permetta una buona ventilazione, al riparo dalla pioggia.
Riassumendo, tutti gli accorgimenti che ho finora elencato sono da applicare meticolosamente nel caso in cui si abbia a che fare con specie il cui legno è di scarsa durabilità naturale, come il faggio, il carpino bianco, il pioppo, i salici ed altre ancora, specialmente quando le piante sono tagliate durante l’attività vegetativa. Viceversa, per specie il cui legno è naturalmente più durevole, come querce, robinia, carpino nero, orniello, ecc., gli stessi accorgimenti rimangono sempre validi anche se il loro mancato rispetto provoca una minore degradazione del legname e quindi delle perdite qualitative meno evidenti.
Per quest’ultime specie, solitamente tagliate in pieno inverno, l’esposizione della legna spaccata alla pioggia per un certo periodo di tempo prima della stagionatura, pare addirittura migliorarne le caratteristiche di combustibilità. Quest’ultima tecnica è praticata qui da noi per la legna ricavata dagli orno-ostrieti.
Un cenno poi al legno di castagno, che per il suo forte contenuto in tannino è meglio lasciare alle intemperie, dopo averlo spaccato in pezzi, in maniera che si purifichi. Ne deriva comunque una legna  di bassa qualità combustibile.
Per finire, inserisco alcune foto che testimoniano le “magagne” cui va incontro la legna se non gestita a dovere nell’intero ciclo di produzione.
Nella prima immagine vediamo come si presenta internamente del legno di carpino bianco rimasto a lungo (da gennaio a luglio) depositato a terra in tronco, senza essere depezzato, spaccato e messo a stagionare: il colore bianco che si nota chiaramente è dato dal micelio fungino che ha invaso i tessuti legnosi, prevalentemente a livello parenchimatico. Il legno quando è così ridotto perde la sua compattezza originaria e durante lo spacco non si apre solo in senso longitudinale alle fibre, ma anche trasversalmente alle stesse: il "gradino" che si nota in primo piano si è appunto formato durante lo spacco del tronchetto.

La seconda immagine mostra un tronchetto di carpino bianco spaccato in due pezzi, dove si può notare chiaramente, dall'alto verso il basso, la transizione tra una zona profondamente cariata e invasa da lerve di insetti xilofagi (coleotteri cerambicidi) e la sottostante zona relativamente meno degradata. In questo caso, il tronchetto è stato ricavato dalla parte alta del fusto di una pianta  rimasta stroncata in bosco per un'intera stagione. Non si tratta quindi di cattiva gestione del legname tondo depositato in attesa di lavorazione, ma comunque può rendere l'idea della facile aggredibilità di questa specie legnosa da parte degli agenti di degradazione.
La terza immagine mostra ancora la presenza delle larve all'interno di legno che si presenta ingrigito sotto l'azione di funghi che causano il "sobbollimento", quindi prima della ulteriore degradazione verso la carie bianca.

 Nella quarta immagine vediamo il degrado cui è andato incontro un tronco di robinia rimasto depositato a terra per alcuni mesi dopo il taglio. Maneggiandolo prima delle operazioni di depezzatura e spacco la corteccia si staccava facilmente poiché i tessuti floematici erano stati completamente utilizzati dalle numerose larve che si scorgono chiaramente nella foto.
Nelle ultime due immagini si vedono più chiaramente le larve, che probabilmente sono di coleotteri tenebrionidi, le nicchie sottocorticali dove si sono sviluppate e la rosura umida, simile a del terriccio, formatasi come residuo della loro attività.
Chiudo con questo la veloce carrellata sul degrado del legno di alcune latifoglie. 


domenica 14 novembre 2010

Che avventura...

Dal bosco all'armadio: una bella storia, movimentata ma a lieto fine...



Post leggero? Cosa c'entra con Budoia?
Non lo so... fate voi.

mercoledì 10 novembre 2010

Anciamò l'Artugna! (Ancora l'Artugna!)

No bastava le fotografie che ai metùt l'ultima volta, sdaramànt 'ntela réit ai ciatàt 'sto filmato,  fat da chèi de l'Artugna (théntha l'articolo davanti, cioè Artugna e nò L'Artugna: l'é 'na gran diferéntha...). Stavolta, "l'Artugna la fai pura".
Godévelo pur, al filmato e ancia la musica (se avèit 'l uài-fài, se no sarà pa' n'altra volta...).  

 Oltre alle immagini del precedente post, ora inserisco un video, realizzato da www.artugna.it e già presente in Internet. Questa volta, "L'Artugna fa paura".
Godetevi il video e anche la musica.




venerdì 5 novembre 2010

MONTANA


Il titolo non è il nome di uno dei 50 stati degli USA. Voglio parlare della montana, non del Montana. Da noi, per montana intendesi la piena irruenta dei torrenti (montani, appunto) che si verifica saltuariamente in occasione di abbondanti piogge, come quelle dei giorni scorsi. A Piancavallo, diceva la radio, sono caduti più di 600 mm di pioggia in 48 ore,  a Polcenigo più di 630 mm nello stesso tempo, vale a dire nelle giornate di domenica 31 ottobre e lunedì 01 novembre.  A Budoia, che si trova tra Piancavallo e Polcenigo, non hanno detto quale sia stata l'intensità delle precipitazioni ma, a sensazione, era praticamente la stessa delle aree limitrofe. L'Artugna, la maggiore asta torrentizia che attraversa il territorio di Budoia, che in parte segna il confine con Aviano, nel primo pomeriggio di lunedì faceva impressione per la montana che vi scorreva. Le foto che ho inserito, scattate nei pressi della "Rosta" (il guado-briglia sopra Dardago, per andare in Ligont), mi sembrano eloquenti. Cosa c'entra questo post coi boschi e il legno a Budoia? I boschi hanno un notevole effetto sulla regimazione delle acque meteoriche, favorendone l'assorbimento profondo nel suolo, limitandone lo scorrimento in superficie e allungando quindi i cosiddetti tempi di corrivazione. Mi sembra quasi di scrivere i pensierini che si facevano alle scuole elementari (una volta, non so adesso).  Eppure è così, la presenza del bosco per regimare le acque e consolidare il terreno è importante. In proposito, riferisco una conferma, empirica, di tutto questo. 
Mi ricordo che da bambino (oltre 40 anni fa) andavo a vedere, di tanto in tanto, la montana nella Panerata, che è un tratto di un rio minore poco distante da casa.  Il rumore della montana, quella volta, lo si sentiva da casa. A quei tempi, a piedi non si riusciva ad attraversare la Panerata - tanto era alta l'acqua - per andare nel Ciampestrìn, la zona prativa al di là.  Col passare del tempo, meglio dire dei decenni, la montana nella Panerata è via via diminuita per dimensione, fino praticamente a sparire o quasi. Lunedì scorso nella Panerata non c'era alcuna montana, ma solo dell'acqua che scorreva tranquillamente. 
Cosa sarà accaduto, quindi, in quarant'anni?  E' successo che nel bacino che alimenta la Panerata è cresciuto quello che attualmente viene definito bosco di neo formazione - a carpino nero, orniello e roverella - mentre in passato la montagna lì era tutta senza alberi, c'era solo erba, cespugli spinosi e dei rari ginepri. Sono convinto che questo sia il migliore esempio che mi ritrovo sottomano per apprezzare l'effetto di regimazione idrica del bosco.

martedì 26 ottobre 2010

I (miei) frassini di Ligont


Il frassino è poco diffuso in territorio budoiese. Mi riferisco, ovviamente, al frassino maggiore (Fraxinus excelsior) e non all’orniello (Fraxinus ornus), che invece è diffusissimo. 
Le ragioni di questa diversa presenza sono principalmente legate alle loro esigenze ecologiche: il primo – almeno qui nel Nord-Est italiano - predilige i terreni profondi e freschi, mentre il secondo si adatta ai terreni superficiali, anche in condizioni di aridità pronunciata, situazione quest’ultima piuttosto frequente in zona, a differenza della prima.
Da giovane, dai 18 – 20 anni in avanti, quando cominciai ad appassionarmi di alberi, nel senso non solo di riconoscerli attraverso le diverse caratteristiche morfologiche, ma anche di cercare di capirne le esigenze ecologiche, oltre alle caratteristiche del loro legno e dei suoi possibili impieghi, mi ricordo che rimasi molto affascinato dal frassino.
Per me, all’epoca, vedere il frassino - una specie di orniello molto sviluppato e slanciato, dalla crescita rapida – era qualcosa di entusiasmante, di fuori dal comune.
Per capire il senso di questa mia meraviglia, c’è da dire che eravamo – io, quelli della mia età e anche quelli più vecchi – abituati a conoscere e maneggiare solo l’orniello, dato che era molto diffuso, ma anche per il fatto che ognuno di noi lo aveva utilizzato da ragazzo per costruirsi la fionda, potendone ricavare delle ottime forcelle.
In misura diversa dal frassino, ero attratto anche dall’acero montano (Acer pseudoplatanus), che negli usi sentiti raccontare dai vecchi era buono per fare gli zoccoli, perciò nel passato lo andavano a prelevare dentro il bosco del Cansiglio, dov’era più diffuso. Anche l’acero montano, come il frassino, era ed è poco presente in basso, nei boschi attorno ai paesi, dove invece è frequente l’acero campestre (Acer campestre).
Studiacchiando qua e là per cercare di capirne di più sul frassino, sull’acero montano e su altre latifoglie, che all’epoca venivano definite “nobili”, mi venne voglia di fare una piccola piantagione nel bosco di famiglia, nelle “Fosse” di Ligont, dove c’era una radura erbosa non più sfalciata.
Quel luogo, a mio avviso, si prestava bene ad accogliere le due specie che avevo individuato, poiché si tratta di una conca di fondovalle, con terreno profondo, fertile e sempre fresco, con un’apprezzabile microclima caratterizzato dall’inversione termica, adatto ad ospitare anche il faggio.
Decisi così di passare all’azione, e nel febbraio del 1984 misi a dimora una settantina di selvaggioni di frassino e di acero montano, prelevati nei rari posti dove le due specie erano presenti con esemplari adulti, che avevo negli anni individuato.
Il terreno lo avevo preparato prima dell’inverno, scavando delle belle buche profonde e larghe, così che il gelo ne avrebbe migliorato le caratteristiche e sarebbe stato più agevole sistemare per bene le piante.
Dovetti poi recintare con della rete tutta l’area così piantata, perchè c’era il concreto rischio di fallimento del mio lavoro, dato che oltre alla fauna selvatica c’era pure la frequentazione di cavalli al pascolo.
Dopo la prima stagione l’attecchimento fu del 100% e per alcuni anni mi limitai a falciare le erbe e i rovi che altrimenti avrebbero soffocato le giovani piante.
Venne poi il momento che, anno dopo anno, gli aceri si ammalarono progressivamente: all’inizio dell’estate, nel momento di massima attività vegetativa, trasudavano linfa dalla parte bassa del fusto e poi stentavano a vegetare per il resto della stagione. Mi accorsi che erano colpiti da coleotteri, probabilmente scolitidi, dal momento che si vedevano bene i minuscoli fori da loro causati sulla corteccia, da dove uscivano gli insetti adulti. Da lì sgorgava la linfa in quantità e in seguito, verso l’autunno-inverno, le porzioni di corteccia più lesionate si disseccavano e su di esse comparivano in gran numero i minutissimi carpofori di funghi del genere Nectria, dal caratteristico colore rosso intenso.
Come se non bastasse, su diverse piante, sia di acero sia di frassino, c’erano dei danni causati dalla presenza di larve di rodilegno giallo (Zeuzera pyrina) che, scavando gallerie dentro ai fusti, contribuivano a peggiorare ulteriormente la situazione.
Un piccolo compendio di fitopatologia forestale, quindi.
Per questo motivo, fui costretto a diradare prevalentemente a carico delle piante di acero, conservando maggiormente quelle di frassino.
Adesso, lì saranno rimaste un paio di piante di acero, nemmeno belle morfologicamente, che ho lasciato solo perché seminino.
Per il resto, ci sono i frassini, che ho dovuto più volte diradare altrimenti sarebbero cresciuti solo in altezza, senza aumentare gran chè di diametro.
Quest’anno sono ventisei anni che ho messo a dimora quelle piante; dopo di allora ho continuato, di tanto in tanto, a piantare altri frassini e anche dei faggi, nelle piccole buche più soleggiate. Nel frattempo, qualche altra persona appassionata ha piantato frassini e aceri su ex prati, nella zona di Ligont, investendo delle discrete superfici, solo che poi sono stati trascurati i diradamenti, cosìcché le piante ben conformate (da un punto di vista tecnologico) sono piuttosto rare.
Adesso spero che possano durare ancora un bel po’, i miei frassini di Ligont, così da diventare delle piante maestose.
Un certo timore però lo nutro sapendo che si sta diffondendo velocemente, in gran parte dell’Europa, una patologia fungina (Chalara fraxinea) che li porta a deperire. Qui in Friuli Venezia Giulia la malattia è presente soprattutto verso il confine sloveno, ma quest’anno è stata ritrovata anche negli acero-frassineti di Andreis.
Se dovesse comparire anche in Ligont... sia quel che sia... è pur sempre un fenomeno naturale... e come tale lo accetterò.

lunedì 18 ottobre 2010

I boschi cedui in Italia, oggi

Questo post non è farina del mio sacco.
O meglio: mi sembra giusto proporre, a quanti non la avessero già letta, la premessa agli Atti del 46° corso di Cultura in Ecologia , organizzato dal Dipartimento TeSAF della Facoltà di Agraria dell’Università di Padova e tenutosi dal 7 al 10 giugno scorso.
Ho solo aggiunto un link e delle sottolineature, quest'ultime forse non servivano.
Buona lettura.
P.S.: commentate pure...


"Il 46° Corso di Cultura in Ecologia affronta il tema della gestione dei boschi cedui.
Che sia tema importante e di attualità lo dimostrano alcuni dati: il recente rapporto ISPRA 97/2009 mette bene in risalto che l’Italia è il primo importatore mondiale di legna da ardere: tra il 1996 e il 2006 le importazioni di legna sono quasi quadruplicate in quantità, passando da 164.843 Mg a 796.960 Mg, e più che sestuplicate in valore, passando da 9,8 milioni di US$ a quasi 72 milioni di US$.
Contestualmente i boschi cedui rappresentano oltre 1/3 della superficie a bosco del nostro paese (IFNC 2007) ma in molte aree montane e collinari dove domina il bosco ceduo sono stati molto accentuati i fenomeni di emigrazione verso le città, con conseguente spopolamento ed abbandono delle attività tradizionali di coltivazione del bosco.
Il quadro che si forma cosi è contraddittorio: da un lato si osserva una notevole richiesta interna del prodotto principale del ceduo (legna da ardere) dall’altro un generale abbandono della coltivazione.
E’ evidente che problematiche di natura sociale, infrastrutturale e ad ambientale si intrecciano a quelle più propriamente tecniche formando un quadro complesso. Ciò obbliga ad una analisi di dettaglio, caso per caso, delle diverse condizioni al fine di proporre soluzioni tecnico-gestionali in grado di ottimizzare i benefici che tale forma di governo può fornire.
L’obiettivo del corso è proprio questo: presentare diverse analisi e soluzioni tecniche in grado di massimizzare i benefici che il bosco ceduo può fornire tenendo in considerazione e rispettando tutti i vincoli che le direttive di sostenibilità economica, sociale ed ambientale impongono.

Il direttore del corso Tommaso Anfodillo"

domenica 3 ottobre 2010

Una filiera locale della legna da ardere: a Budoia è possibile?

Questo qui sopra è il titolo del mio intervento al convegno “Abitare a legna”, tenutosi il 18 settembre scorso nell’ambito della 43^ Festa dei funghi e dell’ambiente,  a Budoia.
Il convegno, organizzato anche grazie al consistente apporto di ASSOCOSMA, quest’anno illustrava le efficienti tecniche di combustione che caratterizzano le caldaie a biomassa legnosa di ultima generazione, nonché l’importanza in termini ambientali, di sicurezza, di resa di combustione e quindi di economicità, del corretto dimensionamento ed installazione/manutenzione degli impianti di evacuazione dei fumi, tuttora generalmente ed erroneamente considerati come una sorta di “accessorio”, non di primaria importanza, dei sistemi di riscaldamento. Un altro argomento molto interessante trattato nel convegno è stato quello dell’esperienza diretta nella costruzione di un’abitazione in legno, realizzata integralmente con legname dei boschi della Val Pesarina (molto diversa e quindi non equiparabile a quelle  prefabbricate industrialmente).
Il Comune di Budoia, sulla scia del convegno 2009 (“I nostri boschi: parliamone”), nell’intento di promuovere un maggiore interesse verso una gestione multifunzionale dei boschi locali, mi ha coinvolto nel proporre delle idee che possano trovare un’effettiva applicazione.
Quindi, col discorso di adesso, mi riallaccio e dò un seguito a un mio precedente post  dove descrivevo i maggiori ostacoli a una diffusa ripresa delle pratiche selvicolturali.
Ero difatti rimasto al punto in cui ponevo la seguente domanda: cosa si può fare per arrivare a una filiera della legna da ardere nella quale i diversi attori siano locali?
Dopo aver valutato svariate ipotesi, escludendo via via quelle più onerose e difficilmente praticabili, sono arrivato a formulare una prima proposta operativa, che di per sé può apparire di portata limitata.
Per spiegarmi meglio, dopo aver avanzato l’ipotesi che a Budoia l’associazionismo (cioè la costituzione di un consorzio) non sarebbe ben accetto dai proprietari forestali privati, ho individuato come risorsa importante quei proprietari che sarebbero disposti a far tagliare i propri boschi da altri soggetti presenti in loco.
Ho quindi pensato che in presenza di un sistema in grado di offrire loro delle garanzie, la loro disponibilità potrebbe anche aumentare (per esempio, garanzie in ordine a una  remunerazione in linea col mercato e alla corretta esecuzione del taglio).
Per quanto riguarda gli ipotetici operatori forestali che materialmente interverrebbero per eseguire il taglio di questi boschi, tenendo sempre presente che in loco non ci sono imprese boschive, ho ipotizzato che sarebbero da reperire tra coloro che già si arrangiano nell’autoproduzione della legna. Si tratta cioè non di boscaioli professionisti ma di persone già dotate di un minimo di preparazione tecnica e anche del tempo libero da dedicare a questa attività, che è pertanto da intendersi a tempo parziale (anch'io sarei uno di quelli). Ho pensato a questa soluzione in quanto la più semplice e immediata, anche in considerazione che si tratta di un’attività caratterizzata dalla stagionalità (il periodo dei tagli va da ottobre ad aprile) e che difficilmente potrebbe offrire in breve tempo un reddito adeguato a chi intendesse praticarla come attività esclusiva.
Per quanto riguarda l’aggregazione tra questi diversi operatori forestali “non a tempo pieno”, la si potrebbe ottenere mediante il loro inserimento in una società cooperativa in qualità di soci lavoratori; tra l’altro, ciò permetterebbe la regolarizzazione del lavoro svolto e anche della vendita del prodotto, cioè la legna da ardere, sul mercato.
L’incontro tra la domanda e l’offerta, cioè tra i proprietari forestali e gli operatori forestali, potrebbe essere favorito e mediato da un soggetto pubblico super partes, quale l’Amministrazione comunale. Da tempo sento parlare di uno “Sportello Energia”, che dovrebbe prima o poi sorgere a livello comunale o intercomunale. Credo che nell’ambito delle politiche energetiche future, cui lo sportello sarà dedicato, un ruolo non secondario lo dovranno avere i boschi e la biomassa legnosa da essi ricavabile.
Questa che ho sinteticamente descritto è un’ipotesi per poter iniziare a fare qualcosa che si opponga al disinteresse e allo scarso utilizzo della risorsa forestale che caratterizza il nostro territorio pedemontano, non solo a Budoia.
Per il momento è solo una traccia, che abbisogna di discussione e affinamento, che richiede prima di tutto di valutare l’effettiva presenza e la consistenza numerica dei soggetti che ne sarebbero gli attori principali che, lo ripeto, sarebbero i proprietari forestali privati disposti a far tagliare i propri boschi da terzi e gli operatori forestali non professionali disposti ad incrementare la loro attività part-time.
Nel delineare la proposta di cui sopra, ho tenuto conto dei seguenti elementi:
- non imbastire mega-progetti che richiedono un consistente sostegno a base di denaro pubblico: se una certa attività è veramente antieconomica, non decollerà mai, nemmeno se foraggiata a dismisura, molti esempi visti fino ad oggi lo testimoniano;
- non immaginarsi di poter adottare sistemi di coercizione nei confronti dei proprietari forestali privati al fine di obbligarli ad accettare determinate condizioni, ovvero di “irreggimentarli”;
- politica dei piccoli passi, cioè non avere la presunzione di risolvere in breve tempo una situazione molto complessa, preferendo procedere con investimenti commisurati all’effettiva possibilità di raggiungere il risultato atteso, procedendo quindi per gradi;
- il significato da dare inizialmente all’iniziativa non è quello dell’immediata convenienza economica e delle conseguenti positive ricadute sul territorio e sulla comunità, bensì quello di suscitare curiosità, di far discutere sul significato della scelta, di coinvolgere quegli strati sociali in teoria più sensibili e pronti a recepire l’importanza del recupero gestionale dei boschi (scuole, nuove generazioni...);
- porre come obiettivo la costituzione di una “base”, cioè di un primario nucleo di un’ipotetica filiera della legna da ardere, su cui successivamente lavorare per un eventuale ulteriore sviluppo.
Tutto quello che ho detto fin qui può essere sicuramente visto come poco ambizioso, quando non di basso profilo (sarà che da piccolo suonavo il sassofono, non il trombone...).
A chi la vede in questo modo, dico che bisogna prima di tutto conoscere sia la realtà attuale del settore sia l’evoluzione che esso ha avuto negli ultimi 20-30 anni e quindi, tenendo in debita considerazione tutto ciò e con un po' di umiltà, saper riconoscere che bisogna recuperare, in chiave moderna ed almeno in parte, ciò che in passato ha costituito un’importante fonte di occupazione e un presidio del territorio che ora, purtroppo, ci appare solo come un lontano ricordo.

P.S.: Ultimamente sono sovraccarico di cose da fare e non trovo il tempo per pubblicare i post anche nel dialetto locale (come forse avrete notato). Mi dispiace veramente, spero di riprendere al più presto quella abitudine e anche di mantenerla.