Vardón sì da descóre, ma ancia da rivà a ‘na conclusión. Par fà calcòssa, par nó lassà massa rebandonàth i nòstre bósch. Se torna fòra i vèci i ne cópa…

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venerdì 2 luglio 2010

Nel cuore del problema

Ho aperto da poco questo blog e coi primi due post ho finora parlato, molto in generale, della necessità di aprire un confronto sullo stato dei boschi di Budoia, auspicando che se ne possa discutere anche in termini di multifunzionalità. Adesso, prima che qualcuno dei visitatori del blog si stufi e mi dica di entrare nel vivo delle questioni, ho pensato che è il caso di descrivere i punti più critici che caratterizzano il contesto forestale locale. Innanzitutto voglio escludere dalla discussione i boschi di faggio di proprietà comunale (circa 420 ettari), dotati di piano di gestione e che si possono perciò considerare soggetti a un buon livello di conduzione. Rimangono quindi, a grandi linee, i boschi privati della ripida scarpata pedemontana (per lo più orno-ostrieti - il nome deriva dalle due piante che li caratterizzano, l’orniello e il carpino nero) e quelli, sempre di proprietà privata, delle colline e dei luoghi umidi (querco-carpineti con presenza molto variabile di robinia e castagno). In totale, le due tipologie di cui sopra si estendono su circa 540 ettari. Gli orno-ostrieti possono fornire un’ottima legna da ardere, hanno però una crescita piuttosto lenta e, in generale, non godono di buona accessibilità. Tra questi boschi possiamo inserire anche buona parte di quelli cosiddetti di neo formazione, cioè formatisi su terreni ex prativi dopo l’abbandono del pascolo e dello sfalcio. Invece i querco-carpineti, che troviamo sulle colline e sugli avvallamenti più prossimi ai paesi (Colli di S. Lucia, Ligont...), sono più facimente accessibili, hanno una crescita più rapida e anche una maggiore massa per unità di superficie. Da essi, oltre che legna da ardere, si potrebbe potenzialmente ricavare qualche tronco da lavoro (quercia e castagno) e sicuramente della paleria (robinia e castagno). In tutti e due i casi, lo ripeto, abbiamo a che fare con proprietà private, con estensione della singola particella che supera raramente il mezzo ettaro, attestandosi più frequentemente attorno ai duemila metri quadrati. Da qui si deve partire, dalle proprietà private molto frazionate, per capire quali fattori impediscono di fare un passo in avanti rispetto all’attualità, che vede la gran parte di questi boschi privi di una gestione corretta, cioè basata su adeguati criteri selvicolturali. A parte un esiguo numero di proprietari che continuano a tagliare il bosco per avere la legna per il proprio fabbisogno familiare, la maggioranza invece rinuncia, per i più svariati motivi, a tagliare il bosco. Qui è possibile fare una riflessione: non è detto che se il proprietario non è in grado di tagliarsi da solo il bosco, quest’ultimo non possa essere tagliato da qualcun altro. Del resto, in tempi non così remoti, la compravendita di boschi “in piedi” era praticata anche da noi, a Budoia. Attualmente, questa forma di “conduzione indiretta” è poco praticata, per più di un motivo. Che va dal disinteresse per il bosco posseduto, alla paura di essere imbrogliati, alla difficoltà nel trovare l’acquirente, al disaccordo tra comproprietari, fino al pretendere una remunerazione nettamente al di sopra dell’effettivo valore di mercato. Vi è, insomma, una gamma di motivi che generano la mancanza di intervento nei boschi. Accanto a tutto questo c’è però un altro elemento da non trascurare, che ritengo di primaria importanza. Si tratta di questo: a Budoia non esistono imprese boschive, o taglialegna, o boscaioli che dir si voglia. Questo, sia ben inteso, in termini professionali. Anche le aziende agricole della zona, già prese dai lavori prettamente agricoli, praticano scarsamente la selvicoltura. E quindi, mancando localmente quei soggetti professionalmente impegnati nei lavori boschivi, si riduce sensibilmente la possibilità che la domanda (di boschi da tagliare) possa incontrare l’offerta, e viceversa. In un contesto di questo tipo, che cosa si può pensare di fare per rivitalizzare (rianimare!) il settore? O meglio: cosa si può fare per arrivare a una filiera della legna da ardere nella quale i diversi attori siano locali? E’ una domanda che pongo a tutti i lettori di questo blog, sperando in un apporto di idee nuove (le mie al riguardo le ho già) atte alla definizione di qualche soluzione praticabile. Grazie per i contributi che vorrete fornire. Post troppo lungo, lo so.

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