Vardón sì da descóre, ma ancia da rivà a ‘na conclusión. Par fà calcòssa, par nó lassà massa rebandonàth i nòstre bósch. Se torna fòra i vèci i ne cópa…

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lunedì 2 agosto 2010

La selvicoltura discussa (e aperta)

La selvicoltura, mi pare di capire, non è una disciplina statica e immutabile. Cioè non esistono “ricette” (criteri di taglio), confezionate su misura per ogni determinato tipo di bosco, che una volta definite siano poi valide per sempre. La selvicoltura tende piuttosto a dare delle risposte di volta in volta, di caso in caso, tenendo conto di tutta una serie di condizioni presenti in un determinato luogo e in un determinato momento. Quindi, tale processo di ridefinizione (o di riproposizione) dei criteri di taglio è destinato a ripetersi, periodicamente, su di una stessa particella forestale. Recentemente ho partecipato con piacere a una interessante discussione sul ruolo dei boschi cedui in un’ottica di gestione multifunzionale e sostenibile. Ciò è avvenuto durante il 46° Corso di Cultura in Ecologia, organizzato dal dipartimento TeSAF, della Facoltà di Agraria dell’Università di Padova, dal 7 al 10 giugno scorso. Dicevo, appunto, di aver seguito con piacere il dibattito in corso tra docenti, ricercatori, professionisti e tecnici attorno alla rivalutazione - in chiave attuale, da un punto di vista socio-economico e ambientale – della forma di governo a ceduo del bosco. Una forma di governo che era molto più diffusa in passato e che oggi rimane molto ben presente in determinate aree del nostro Paese, come per esempio sugli Appennini. Ebbene, la cosa che più ho apprezzato durante il corso, è stata quella di aver visto mettere in discussione certi schemi rigidi e indiscutibili (sono considerati addirittura dei dogmi) che per decenni sono andati per la maggiore. Mi riferisco a quella che si può definire come “altofustomania”, cioè quella tendenza a considerare come “vero bosco” solo quello di alto fusto, con sprezzo per quei boschi (e in relazione quindi anche a certe tipologie) che se ne discostano. Io personalmente ho accumulato, nella mia esperienza pregressa come agente del Corpo forestale del Friuli Venezia Giulia, una certa pratica nelle conversioni all’alto fusto dei cedui di faggio della montagna pordenonese. Sono quindi rimasto colpito (positivamente) dal fatto che non tanto lontano (leggasi Prealpi venete, in comune di Seren del Grappa), si sia voluto mantenere con grande convinzione il governo a ceduo sulle faggete e si stia discutendo sul come fare per ovviare ad alcuni inconvenienti manifestatisi nei decenni più recenti come risultato di un’errata definizione del trattamento (eccesso di matricinatura). Tutto quello che ho detto come lo posso riassumere? Lo riassumo ritornando all’inizio del discorso, dicendo che “le ricette” rigide e valide per sempre sono quelle che, se da un lato ci rassicurano e ci semplificano la vita, dall’altro lato possono portarci fuori strada qualora applicate senza tener conto dei fattori socio-economici, politici e ambientali presenti nel contesto locale e temporale considerato.

Nell’immagine qui sotto: partecipanti al 46° Corso di Cultura in Ecologia che discutono del trattamento di un ceduo a sterzo di faggio, sulle pendici del Monte Grappa, in comune di Seren del Grappa (BL)


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